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La Grande Lecco

La Grande Lecco

La Grande Lecco

Gli Appellativi degli abitanti dei rioni di Lecco

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Nel 1784, con il provvedimento dell’Imperatore Giuseppe II D’Austria, che tolse il carattere militare, il borgo ottenne la possibilità di demolire le mura e le fortificazioni uscendo dal territorio ed allargando i propri confini. Il processo di allargamento è comunque lento anche dopo la proclamazione a città nel 1848 ottenuta per meriti patriottici.

Agli albori del 1900 viene a delinearsi un comprensorio di comuni con interscambi quotidiani industriali, commerciali, amministrativi e di servizi. I comuni del territorio usufruivano, ad esempio, dello stesso ospedale, delle scuole di avviamento, dei porno italia pompieri, della stazione ferroviaria, degli uffici statali, delle banche ecc.. Ragioni che sostengono l’iniziativa di unificare l’amministrazione in un unico comune.Al Ministero dell’Interno venne presentata la richiesta di aggregazione a Lecco di nove comuni e di due frazioni attigue:

Castello sopra Lecco, Rancio, San Giovanni alla Castagna, Laorca, Acquate, Germanedo, Maggianico, Malgrate, Pescate e le due frazioni al di là del ponte di Ponte Azzone Visconti e S.Michele del Comune di Galbiate.Nel 1923 un primo provvedimento unì sei comuni, rimasero esclusi Malgrate e Pescate, mentre Maggianico cedette solo una parte del proprio territorio: le due località di S.Ambrogio e Belledo. Non proprio contenti di aver perso la propria autonomia furono i comuni di Castello, Rancio, S. Giovanni e Laorca. Primo sindaco della grande Lecco fu il Dr. Angelo Tubi eletto nel 1926. Il cammino per l’unificazione si conclude nel 1928 quando, l’intero Comune di Maggianico, comprendente anche i paesi di Barco e Chiuso, verrà unito a Lecco configurando gli attuali confini delineati dal lago e dai monti S. Martino, Resegone e Magnodeno sino alla rocca dell’Innominato che, da confine fra la Repubblica di Venezia ed il Ducato di Milano nei tempi andati, ora ne determina la provincia di Como e di Bergamo.

Nel medesimo anno si inaugurò l’attuale sede municipale alla presenza di Vittorio Emanuele III in visita alla città. La città di Lecco è ora articolata in tredici rioni che si richiamano per lo più appunto agli antichi comuni da cui è sorta e in quattordici parrocchie rette con una Prepositura. Fanno corona ulteriori 22 nuclei secondari: Arlenico, Barco, Bonacina, Bione, Brogno, Cabagaglio, Castione, Cereda, Coltogno, Costa, Falghera, Garabuso, Gera, Malavedo, Malnago, Missirano, Movedo, Vignola, Prato La Valle, Pometo, Varigione, Versasio.

La Rete dei servizi di trasporto urbano

La Rete dei servizi di trasporto urbano

La Rete dei servizi di trasporto urbano

Si inaugurò nel 1927 la prima linea tranviaria che congiungeva Maggianico (Barco) con Malavedo, percorrendo, nel centro storico le Vie Roma e Cavour. Il servizio Tram sul ponte Visconti era affidato alla “Società Tramvie Elettriche Comensi Alessandro Volta – STECAV” ed accoglieva l’innesto della linea extraurbana Como/Erba/Lecco, entrando in città dal ponte Azzone Visconti e percorrendo la Via Azzone Visconti. Il 1943 fu segnato da un grave incidente. Il tram precipitò percorrendo il tratto compreso nella zona di S. Giovanni, causando morti e feriti. La rete tranviaria venne definitivamente sostituita da servizi di autobus nel 1953 ed in seguito il servizio venne ampliato con ulteriori linee affidate alla Società “SAL”. Attualmente il servizio pubblico è assicurato dall’”Azienda Pubblica Trasporti” che gestisce sette linee:
Per sapere tutti gli orari delle linee dei bus clicca qui

La Navigazione del Lago

La navigazione lacustre e fluviale ebbe rilevante importanza nella storia di Lecco. I trasporti avvenivano sul lago per mezzo di imbarcazioni chiamate comballi e lance. I comballi erano prettamente utilizzate per il trasporto delle merci.Notevole il traffico sviluppatosi dopo l’apertura del canale di Paderno D’Adda avvenuto nel 1777, canale progettato da Leonardo da Vinci e portato a termine nel periodo della dominazione austriaca per volere di Maria Teresa d’Austria. Il traffico fluviale da Lecco per Milano, dopo l’unificazione d’Italia, arriva a superare 48.000 tonnellate di merci costituite da calce e cemento, legname da ardere e da opera, pietrame, carbone. Il movimento merci raggiunge il suo apice nel 1883 con una media annua di circa 108.000 tonnellate. Da quella data in poi l’utilizzo fluviale è continuato a scendere. Nel 1826 il primo piroscafo a vapore solca le acque del lago e fino al periodo fra le due guerre la navigazione trasportava un numero giornaliero significativo di passeggeri. Oggi la navigazione si svolge con corse limitate solo nel periodo estivo ed ha assunto soltanto un’utilità turistica con percorsi da Lecco sino al centro lago.Molo a Lecco
Ulteriori informazioni su tutte le corse della navigazione del lago di Como, sulle tariffe e crociere, gestite dal Ministero dei Trasporti e della Navigazione, possono essere acquisite visitando il sito della “Gestione Governativa sui Laghi Maggiore, di Garda e Como

La Religione

La Religione

La Religione

La religione cristiana fu diffusa nel III° secolo, però solo nel IV° secolo furono distrutti i resti del paganesimo. Di origine pagane, erano le colonne votive, cristianizzate poi con la croce,Colonna votiva foto del fine 800 queste erano sistemate nei croce via e proteggevano i viandanti e i villaggi, nel 1578 S.Carlo le propose a memoria della peste. Fra le più antiche e ancora esistenti, è quella situata nella piazza di Laorca sopra Lecco nel 1628.

Il cristianesimo trionfò definitivamente nel V° secolo, lo dimostrano alcune lapidi del rione di Olate. Sul poggio di Santo Stefano sorse la Chiesa dell’intero territorio dedicata al Protomartire (qui appunto, dai massi ritrovati, si presume vi fosse il borgo). Più tardi la chiesa a capo dell’intero territorio sarà quella di “castello sopra Lecco”, dove verrà, pure aperto un seminario per i chierici, che favorisce la cultura della popolazione. Sul poggio di Santo Stefano c’era anche un forte, che aveva intorno a sé l’antica borgata di Lecco la quale fu poi distrutta con il fuoco da Matteo Visconti e, in seguito rifabbricata più a valle tra i torrenti Gerenzone e Caldone, dove un ampio seno del lago offriva ai navigli un sicuro rifugio. Si ha conoscenza, attraverso un documento del XIII secolo, della presenza di un arciprete: il prevosto Giovanni Brusanave morto nel 1337.

I canonici presenti erano otto ed incassavano le rendite ma non tenevano conto dei beni che spesso davano in affitto alle loro stesse famiglie. Le chiese venivano spesso abbandonate e talvolta i prevosti si combattevano per avere Lecco. Questa situazione privava la popolazione dei sacramenti e delle predicazioni, condizione che portò le varie frazioni ad avere un proprio sacerdote. Si ebbe così agli inizi del 1400 una parrocchia a Ballabio ed un’altra ad Acquate. Nel 1464 si stabilisce che il prevosto può risiedere presso la Chiesa di S. Nicolò, dentro le mura, piuttosto che in quella di Castello sopra Lecco di S. Protasio e Gervasio. Con San Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, si mise definitivamente ordine con la sede del prevosto a Lecco e la costituzione di vere parrocchie staccate dalla Prepositura, ordinamento che porterà anche alla formazione dei comuni staccati da Lecco. La chiesa di Lecco, dedicata a San Nicolò, fu costruita sugli avanzi dell’antico fortilizio, mentre più recente è il santuario di Nostra Signora della Vittoria.

San Nicola patrono di Lecco

San Nicola patrono di Lecco

San Nicola patrono di Lecco

Nicola di Mira fu un vescovo nella seconda metà del IV secolo della città di Myra (antico nome di Demre, nella Licia in Asia minore, l’attuale Turchia).

Venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, è patrono dei bambini, ragazzi e ragazze, scolari, farmacisti, mercanti, naviganti, pescatori, profumieri, bottai, nonché delle vittime di errori giudiziari e degli avvocati; nel mondo è conosciuto prevalentemente con il nome di santa Claus (o Klaus); in Italia è conosciuto anche come san Nicola di Bari, dal nome della città della Puglia che ne custodisce le spoglie a partire dall’XI secolo. È all’origine della figura di Babbo Natale.

San Nicola è uno dei santi più popolari del cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di bisognosi. Il suo emblema è il bastone pastorale e tre sacchetti di monete (o anche tre palle d’oro). Il culto fu portato a New York dai coloni olandesi (è infatti il protettore della città di Amsterdam), sotto il nome di santa Klaaus. Il santo è oggi patrono, oltre che dei marinai, anche dei commercianti e per questo la sua effigie figura nello stemma della Camera di Commercio di Bari. Secondo la tradizione, il 5 dicembre portava i doni (la strenna) ai bambini buoni. In alcuni paesi dell’Europa orientale, la tradizione vuole che porti una verga ai bambini non meritevoli, con cui i genitori possano punirli. A Bari il culto è molto sentito, e la prima domenica di maggio si festeggia il Santo con una lunga festa che ripercorre l’evento traslazione delle sue ossa nella città trascinando una caravella sul lungomare.

Viene festeggiato il 6 dicembre. Dal XVII secolo viene considerato benefattore dei bambini: da allora esiste in molti paesi europei l’uso di mettere la sera del 5 dicembre gli stivali fuori dalla porta di casa in modo che il santo possa riempirli di noci, mandarini e biscotti. Questa tradizione è sentita anche in Italia. San Nicola, si racconta, venne a sapere che tre povere bambine della sua città, sarebbero state vendute come schiave, perché la famiglia non poteva assegnare loro una dote con la quale, divenute grandi, si sarebbero potute sposare. Allora il vescovo andò solo nella notte, fino alla casa delle povere bambine e posò sulla finestra tre sacchetti pieni d’oro. Il suo amore per i piccoli é ricordato anche da un miracolo: resuscitò tre bambini durante le persecuzioni degli ariani.

Tradizionalmente viene rappresentato vestito da vescovo con mitra e pastorale. L’attuale rappresentazione in abito rosso bordato di bianco origina dal poema “A Visit from St. Nicholas” del 1821 di Clement C. Moore, che lo descrisse come un signore allegro e paffutello, contribuendo alla diffusione della figura laicizzata di Babbo Natale.
Nella Chiesa ortodossa russa san Nicola è spesso la terza icona insieme a Cristo e a Maria col bambino nell’iconostasi delle chiese.

La Resistenza

La Resistenza

La Resistenza

Quando la sera dell’otto settembre 1943, la radio nazionale annunciò l’armistizio, è il momento della disfatta e della resa dei conti di una guerra dichiarata da Mussolini il 10 giugno 1940; una passeggiata con la quale con poche migliaia di morti il duce avrebbe acquisito l’opportunità di sedersi al tavolo della pace come vincitore. Anche a Lecco quella sera, dopo la comunicazione, la gente si riversò per le strade senza rendersi conto delle possibili ritorsioni delle truppe tedesche. I soldati abbandonano la caserma che viene saccheggiata, e le armi distribuite dal comandante ai comitati costituitisi, armi che in parte vengono trasportate nei sotterranei della Chiesa della Vittoria.

In città a dir il vero circolano già armi. Nel rione di Rancio, di particolare tradizione socialista, molta gente risulta essere già armata. Mentre i soldati cercano abiti borghesi e la gente non sa cosa fare si diffonde la notizia che soldati tedeschi stanno arrivando a Lecco. Due formazioni partigiane si organizzano a Erna, ai piedi del Resegone, ed ai Piani Resinelli, ai piedi delle Grigne. Accorrono a rafforzare le formazioni giovani della zona del lecchese e del milanese. Per molti di loro le montagne sono un rifugio, impossibilitati al ritorno nelle proprie case per la presenza delle truppe tedesche. Molti di questi scesi in città, talvolta con leggerezza, vengono arrestati. Il gruppo di Erna effettua un attacco in Valcava, sul versante bergamasco del Resegone, ad una postazione antiaerea. Viene costituito dal coadiutore di Acquate, don Martino Alfieri, il comitato di Acquate che indirizza in Erna ex prigionieri di guerra anche di altre nazionalità, fornisce vettovaglie, assistenza medica e spirituale. Complessivamente le formazioni, per la maggior parte armate, erano costituite ai Piani Resinelli di circa 120 uomini, Campo Piani d’Ernade’ Boi 140, Erna 130, Culmine di S. Pietro 50, Valsassina 110. In Erna, la cima più bassa del monte Resegone, offre varie possibilità di fuga verso la Valsassina e le valli Bergamasche mentre i Piani Resinelli, con poche possibilità di fuga, offre numerose asperità ove nascondersi.

Il 17 ottobre 1943 i tedeschi occupano Lecco e la Valsassina. Il 18 ottobre attaccano i Piani Resinelli dove perquisiscono casa per casa senza trovare alcuno. Alcuni reparti attaccano Erna salendo da tutti i punti di accesso: da Ballabio, da Campo de’ Boi, dal Passo del Lupo. La formazione ingaggiò una battaglia per consentire la fuga verso la Valle Brembana ed Imagna sul versante Bergamasco.

Nessun partigiano cadde ma le truppe tedesche ritirandosi, irritati per lo scarso risultato, sfogarono la loro rabbia bruciando case, baite, rifugi alpini, fienili. All’indomani della battaglia la gente accorsa alla capanna Stoppani trovarono i corpi dei caduti che avevano impegnato il contingente tedesco. La battaglia di Erna rispecchia, a fasi alterne, la guerra partigiana delle formazioni presenti sulle montagne del circondario. Per la partecipazione alla Lotta di Liberazione, la città di Lecco fu insignita nel 1976 di medaglia d’argento al Valor Militare, consegnata in una memorabile cerimonia allo stadio comunale dal Presidente della Camera On. Sandro Pertini.

Le montagne

Le montagne

Le montagne

0) Gran Paradiso m. 4061
1) Monte Bianco m. 4810
2) Monte Rosa m. 4633
3) Cervino m. 4478
4) Rimpfìschhorn m. 4199
5) Mischabel m. 4545
6) Weissmies m. 4031
7) Fletschhorn m. 3396
8) Passo Sempione m. 2005

La conca nella quale giace Lecco è circoscritta, a Nord, a Est e a Sud-Est, da una catena montuosa di notevole altezza, calcarea e dolomitica, dominata dal Resegone e dalle Grigne, e delimitata ad Ovest dai rilievi collinosi della Brianza nord-orientale che culminano nel monte Barro.

La conca di Lecco è più propriamente così delimitata: a Nord si innalza il massiccio del Monte Coltiglione, prevalentemente di calcare e dolomia di Esino, affacciando direttamente sulla conca cime meno elevate, come il Monte San Martino, il Monte Melma e il Monte Albano.

A Est il gruppo del Resegone, il cui insieme reca il Monte Serada, che domina imponente con le sue propaggini, che sono i Piani d’Erna e il Palo.

A Sud-Est, oltre Maggianico, la maggiore elevazione è rappresentata dal Pizzo e dal Magnodeno.
A Ovest si elevano i rilievi collinari estremi della Brianza nord-orientale, che culminano nel Monte Barro.
Resegone

Le Grigne

I Piani Resinelli

Magnodeno

Monte Barro

Corni di Canzo

Lo stemma di Lecco

Lo stemma di Lecco

Lo stemma di Lecco

Lo stemma della città di Lecco ha subito molte modifiche col susseguirsi degli eventi storici. Dopo la raffigurazione più antica risalente al 1600, ci è stato tramandato lo stemma degli (1691) e in seguito dalle varianti, più o meno elaborate, con corona a nove palle, simbolo di da quando fu creato il Regno d’Italia (1861). Anche nello stemma aggiornato si notano bene in evidenza, a destra e sinistra, due superbi tritoni, divinità della mitologia greca dalla doppia natura: metà uomini e metà pesci, a ricordo delle nostre origini di popolo certamente vissuto in un villaggio di pescatori. Lo stemma, nella versione a colori con croce rossa in campo bianco, ricorda quello della famiglia Visconti di Milano. Infine, il leone rampante su fondo azzurro-lago è sempre stato inserito nel nostro emblema per evidenziare, dicono, le doti congenite delle nostre genti: la forza, il coraggio, la fierezza.

I Piatti della Cucina Lariana

La cucina lecchese è piuttosto semplice, ma allo stesso tempo ricercata.
I pochi pescatori rimasti a gettare le reti a Pescarenico e dintorni garantiscono oltre cento tonnellate di pesci all’anno: soprattutto agoni, i pregiati lavarelli o coregoni, le piccole alborelle, cavedani ma anche lucci, tinche, persici.
E’ proprio il pesce di lago ad essere protagonista della cucina lecchese.
Piatto tipico sono i missoltini: gli agoni (pesci simili alle aringhe) vengono sviscerati subito dopo la pesca, passati nel sale e appesi al sole per circa cinque giorni.

A questo punto possono essere affogati nell’aceto o grigliati e serviti con polenta.
La polenta è un altro dei piatti umili e irrinunciabili della cucina lecchese e ha un’infinità di variazioni sul tema (“polenta uncia”, polenta taragna, polenta e usei, ricotta di polenta, polenta e patate).
Un gustoso piatto unico tradizionale è il riso bianco col pesce persico.
Lo squartone è il pesce di lago servito in salsa verde di basilico, aglio e pinoli. Gli “scapinasc” sono ravioli con ripieno di uvetta, amaretti e pane grattato.

Per quanto riguarda la carne, una peculiarità lecchese ci riporta al Manzoni: i capponi che Renzo porta al dottor Azzeccagarbugli, abitualmente vengono cucinati dai lecchesi ripieni con prugne, castagne e uvetta.
Sempre più ricercati i piatti a base di ungulati come capriolo e camoscio.
Attivissima a Lecco e in Valsassina la produzione del formaggio di vacca e di capra: di straordinario livello la qualità di taleggio, robiola, quartirolo, ricotta e caprini.

Sulle tavole di Lecco, molti piatti e bicchieri vengono condivisi con la Valtellina: dai pizzoccheri al vino.
Una volta la terra lecchese era generosa sul fronte della produzione vitivinicola, ma la tradizione svanì a causa della filossera. Solo le colline di Montevecchia mantengono alti i calici dell’antica tradizione.
Nella zona vantano un’indiscussa tradizione anche i salumi: del territorio lecchese fa parte anche una fetta di Brianza, con il suo famoso salame. Limitata, ma di altissima qualità, la produzione di olio, che può vantare la Dop “Laghi Lombardi”.

Cartina ritrovamenti archeologici

Cartina ritrovamenti archeologici

Cartina ritrovamenti archeologici

Secondo gli studiosi, tra cui Antonio Stoppani l’iniziatore della geologiae della paleontologia lombarda, prima dell’apparizione dell’uomo, la Valsassina e la conca di Lecco erano accupate da un ghiacciaio. Con lo scioglimento dei ghiacciai, comparvero gli animali, poi i rettili come Lariosauri e Mosasauri, i cui resti si trovano pietrificati nelle rocce del Resegone e della Grigna.

Il clima divenne poi più caldo, emersero le terre e nelle vallate correvano rinoceronti, orsi, qualche traccia dei quali si ebbe in varie caverne della zona. Parecchie migliaia di anni dopo vennero gli uomini; le prime testimonianze risalgono a circa 100.000-35.000 di anni fa, nel periodo Paleolitico Medio con ritrovamenti che indicano un sito frequentato da un gruppo di cacciatori neanderthaliani, altri ritrovamenti risalgono al periodo Paleolitico superiore 35.000.10.000 di anni fa.

All’inizio del Mesolitico il clima divenne più mite, permettendo all’uomo condizioni di vita migliori, la sopravvivenza era basata sulla caccia, iniziarono la prime scoperte quali l’arco, e le reti per la pesca. Le abitava erano collocate sulle alture e ci sono armi e oggetti vari che ne testimoniano il passaggio. Con l’inizio del Neolitico si difuse l’agricoltura e l’allevamento, con la produzione della ceramica e degli utensili in pietra levigata. In seguito, alla fine del periodo neolitico e con l’inizio dell’età del bronzo(2200-1650 a.C.), si svilippa la cosiddetta “civiltà di Polada”, stabilita su villaggi di palafitte, dove sono stati ritrovati rozzi vasi di terracotta, somiglianti ad altri trovati in Jugoslavia e datati intorno al 1500 avanti Cristo.

Prime industrie

Prime industrie

Prime industrie

Il ferro

Sulle rive dei tre torrenti cheChiuse per canali sul fiumicella attraversano Lecco, specialmente sulle rive del Gerenzone, più ripido e vicino alla Valsassina, sorsero le lavorazione del ferro greggio, proveniente dai forni di Pagnona, Premana e Cortenova in Valsassina. Lecco divenne nei secoli la più importante città del ferro del Ducato di Milano e poi della Lombardia.

La ferrarezza, l’arte di lavorare il ferro, fu favorita dalla presenza di corsi d’acqua per il movimento di mantici e di magli. Lungo la vallata del Gerenzone, il torrente che attraversa la città, sorsero centinaia di fucine, opifici, stabilimentelli. Dal corso principale venivano deviati canali e rivoli che muovevano le ruote. Il più importante era la Fiumicella che esisteva già nel Duecento e correva da San Giovanni sino al borgo. Grande attenzione fu sempre prestata alle sue acque tanto che alcunFiumicellae norme degli statuti locali del 1300 si preoccupavano della dispersione di questa preziosa fonte di energia. “Tutti i mugnai presenti e futuri e tutti coloro che hanno sede e diritto di molare e di arrotare sul Fiumicella, sono tenuti a dover tenere il Fiumicella nel suo letto cosicchè l’acqua non scorra per via o nei campi. Se non faranno questo paghino ogni volta 5 soldi di terzoli per ogni mugnaio o avente diritto di mola e di arrotino dal cui serbatoio sia uscit la detta acqua”. Nel 1668 risultarono operanti in Lecco: 84 tiraferro, 24 filere, 19 batador de ferro, 4 raspador de ferro, 2 brustolotti, 3 sbavarotti , 1 spadaro. Si sviluppò soprattutto la produzione di chiodetti (stacchette). Un operaio, lavorando tutFucinato il giorno, ne fabbricava circa 5.000. Il Sig.Giuseppe Badoni, approfittando della forza della Fiumicella, costruì a Castello sopra Lecco, uno stabilimento nel quale con sette macchine servite da sette operai otteneva una produzione giornaliera di 200.000 chiodetti. Lo stesso Badoni introdusse la prima fonderia. Tra il 1872 ed il 1873, nel rione di Malavedo sopra Lecco, si trasferisce da Dongo la famiglia di Enrico Falck, figlio di Giorgio che a Dongo aveva costituito un’impresa industriale.La famiglia costituisce insieme con un’altra, “i Redaelli”, un laminatoio.

Purtroppo Enrico muore precocemente e le redini vengono prese dalla madre Irene Rubini Falck. Il figlio Giorgio Enrico, dopo aver frequentato il Politecnico di Zurigo ed aver acquisito pratica nelle ferriere della Ruhr, assume il compito di dirigere la fabbrica di un nuovo stabilimento a Gardone Valtrompia costruito dai soci “ReRuota per fucina inizio 900 per uno stabilimento in via Seminario ormai scomparsadaelli”. Nel 1893 viene nominato procuratore generale del laminatoio di Malavedo dove, per la prima volta in Italia, viene laminata la vergella di acciaio dolce. Grazie alla particolare capacità ed alla politica commerciale attuata, la produzione passa in pochi anni (1894-1896) da 50 a 70 tonnellate giornaliere. Considerato lo spazio esiguo che il territorio di Malavedo offre, nonché gli inutili tentativi di confederarsi con le altre iniziative sorte nella vallata, Giorgio acquista all’asta la Ferriera di Rogoredo. Grazie alla sua ostinazione nasce la FALCK, uno dei maggiori complessi industriali italiani. Nel 1896 nasce a Lecco la Ferriera del Caleotto, un’iniziativa consorziale tra le trafilerie del territorio e della Valsassina, che ben presto si doterà di due forni Martin-Siemens per la produzione di lingotti d’acciaio laminati e trasformati in vergella. In seguito sorgerà il laminatoio dell’Arlenico.

La seta
OIngranaggi per torcitoioltre alle industrie del ferro vi erano anche le filande per la produzione del filo di seta. “E lee la va in filanda, lavurà, lavurà, lavurà…….”.Sono le prime parole di una canzone popolare che potrebbe essere considerata l’inno dei lavoratori Lombardi. O meglio delle lavoratrici, Bacco da setaperchè in filanda il personale era quasi totalmente femminile.

Gli enormi stanzoni umidi e maleodoranti in cui dai bozzoli del Bombyx mori, il baco da seta, si traevano matasse del prezioso filo, rappresentavano per diverse generazioni di donne lombarde il primo segno di inserimento nel mondo del lavoro e dell’emancipazione ma, nello stesso tempo, la Filandeprima esperienza di una nuova schiavitù. “El mestee de la filanda, l’è el meste degli assassini, poverette quelle figlie che son dentro a lavorar”. Questo era un lavoro che impegnava soprattutto le capacità manuali: mani che si muovevano con agilità e precisione su aspe, navette, rocche, telai, tomboli. Per trovare le prime produzioni di Bombyx mori in Lombardia si dovette attendere sino al 1148 quando un certo Frà Daniele degli Umiliati di Palermo lo allevò nel territorio Milanese. Tuttavia il balzo produttivo avvenne nel XV secolo allorchè, auspice Ludovico il Moro, si introdusse la coltura del Morus alba, ovvero il gelso bianco, detto poi, lombardamente, Muròn. La filanda più vicina a Lecco era quella di Garlate, ora trasformata in un bellissimo museo.Gli svizzeri Abegg che gestivano fin dal 1861 la filanda, decisero di aprire nel 1953 un proprio museo dedicato all’Archeologia industriale della seta. Nella antica filanda di Garlate di loro proprietà esposero macchine e tecnologie seriche in uso dal XVII secolo ad oggi. Fu il primo museo della lavorazione della seta nel Mondo. Il torcio circolare esposto e le antiche macchine di trattura divennero riferimenti per altri recuperi in alcuni centri Italiani. Gli Abegg, cedute le proprietà in Italia, donarono nel 1976 il loro Museo della Seta al Comune. Il complesso da quasi mezzo secolo è aperto al pubblico per far conoscere le TORCITOIO molteplici e laboriose attività seriche in uso nel passato.

I Luoghi Manzoniani

I Luoghi Manzoniani

I Luoghi Manzoniani

I paesaggi manzoniani sono sempre accostati alla spiritualità dei perVilla Manzonosonaggi con cui ne viene aperta la dStemma famiglia Manzoniescrizione: così fra’ Cristoforo per il convento di Pescarenico e la casetta dove viene aspettato, Lucia con il suo animo spiega l’Addio ai Monti, la turbolenza dell’animo dell’innominato fotografa il luogo della sua dimora.

La famiglia Manzoni si trasferì nella villa nel 1620 apportando nel contempo modifiche fino alla ricostruzione dello stabile ad opera dell’arch. Abate Giuseppe Zanoja. Venne ceduta nel 1818 alla famiglia Scola e successivamente al comune di Lecco. Nella villa è compresa una cappella dell’Assunta, di opera neoclassica, ove riposano le spoglie del padre del romanziere morto nel 1807.

Il luogo è raggiungibile con i bus delle line urbane n. 3 – 4 – 8.

Introduzione

Da “I Promessi Sposi”:

Quel Ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto seni e golfi, a seconda dello sporgere e rientrare di quelli, vien quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa , e l’Adda ricomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di San Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai suoi molti cocuzzoli in fila.
Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città….

Un brutto incontro

Da “I Promessi Sposi”:

…Per una di queste stradiciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don ATabernacolobbondio, curato d’una delle terre…Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole a foggia d’un ipsilon…i due muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta… Il curato, voltata la stradetta, e drizzando, com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l’un dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l’altro piede posato sul terreno della strada; il compagno in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto….Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una lunga gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole; un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi.

Il tabernacolo dei bravi è da riconoscersi nella “Cappelletta di via Croce” situata sotto Acquate sulla strada per Germanedo. Per ragioni viabilistiche una delle due strade sono state allargate e il tabernacolo spostato di qualche metro rispetto alla posizione originale. Rimane una delle due viottole con i muri interni alti. Il luogo è raggiungibile con le linee urbane n. 4 e 5.
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